Uccidere e Curare

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È abbastanza emblematico che attualmente la prima domanda posta a proposito di un nuovo farmaco, non sia tanto se ha la capacità di curare, quanto se ha il potere di uccidere. Un’altra domanda, sempre a proposito dei nuovi farmaci, è: ucciderà o porterà menomazioni al nascituro se assunto dalla gestante? Il terzo interrogativo non è molto dissimile dai primi due: quali pericolosi effetti collaterali può apportare? I test cui i farmaci sono sottoposti cercano di determinare le risposte a questi interrogativi.

 

 

Noi abbiamo un interrogativo che riteniamo più importante sei summenzionati e cioè: quale relazione intercorre tra un farmaco che dovrebbe riportare la salute in un malato e un altro che può danneggiare o uccidere il paziente, menomare e deformare il nascituro? Possiamo accettare la logica che trae spunto dalla premessa che esiste così poca differenza tra il curare e il distruggere? Come è possibile che la professione medica possa porre sullo stesso piano tali farmaci con la scusa che si tratta di medicine che “salano la vita”? Le loro pratiche e gli interrogativi che pongono agli sperimentatori poggiano tutti sull’implicita assunzione che esiste poca o alcuna differenza tra l’uccidere e il curare.

 

Esiste un grande abisso tra i processi vitali della nascita, della vita, della guarigione da un lato e gli effetti delle medicine dall’altro. Quando si consiglia di non somministrare una certa medicina ad una donna in stato d’attesa a causa dei suoi effetti deformanti e menomanti sul nascituro, dobbiamo credere che quando questa stessa medicina viene somministrata ad una donna non incinta le sarà benefica, le potrà riportare la salute? Siamo tenuti a credere che un farmaco così dannoso possegga delle qualità curative? Potremmo porci questa domanda in modo diverso: la relazione che intercorre tra un farmaco e un organismo vivente cambia con il cambiare delle circostanze tanto che può essere innocuo, utile a salvare la vita in determinate circostanze o in un determinato paziente e distruggere la vita dello stesso paziente in circostanze diverse? Su quali basi scientifiche ci viene chiesto di accettare tale affermazione paradossale?

 

È vero che il paziente che soffre di una particolare affezione deve pensare in termini di essere curato oppure essere ucciso? Se il divario tra i due processi è così tenue, come i test attuali sembrano mostrare, i futuri pazienti saranno costretti a fronteggiare questa scelta? Devono correre il rischio di essere uccisi ogni volta che ingeriscono una medicina?

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