MACELLAI ONESTI E VEGETARIANI SNOB

 {jcomments on}10 Agosto 2008

Corrispondenza con un’amica ristoratrice che ha delle cose da ridire sul vegetarianismo

Alcuni punti personali innanzitutto

Chiariamo tre cose a livello personale.
Tu Giuliana, da brava imprenditrice duramente impegnata nel lavoro, tendi a sintetizzare.
Questo è comprensibile. Ma non ti permette sempre di chiarire le cose al meglio.
Spesso, il dettaglio e l’approfondimento, per quanto noiosi, servono davvero.

Nel tuo concentrare, c’è inoltre molta filosofia, molte posizioni che fungono da sentenze e da potenziali regole basilari o quasi-dogmi. Dovrò pertanto risponderti in modo puntuale e approfondito.
Chiariamo subito tre punti a livello personale.

1) Brillante scrittore

Ti dovrei ringraziare. Forse lo pensi davvero. Ma la cosa non mi lusinga affatto. Se c’è una categoria che non apprezzo per niente è proprio quella dei brillanti scrittori. Ce n’è in giro una marea di maghi e domatori della parola, di professionisti del giallo, di poeti melensi e sdolcinati, di gente apparentemente equilibrata e profonda, che scrive con competenza e fa tante belle rime, che usa la comunicazione per fare bella mostra di sé e per prendersi dei diritti d’autore, e che poi alla fine produce solo carta straccia.
Sono davvero pochi gli scritti e soprattutto i romanzi che si salvano.
Personalmente sono per un’arte e una letteratura utili ed educative, non di evasione e di consumismo mentale, non almeno in questo momento storico dove il mondo è particolarmente sbilenco e scellerato, confuso e disorientato.

Un quadro di Modigliani fa la fortuna economica di quei pochi che lo possiedono.
Ma non vorremo mica paragonare un Modigliani a una Divina Commedia?
Per quanto Dante risulti inviso e indigesto a troppi studenti tartassati dai rispettivi professori-satrapi, spesso colpevoli di aver reso il grande poeta ingiustamente antipatico, il suo monito  Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, risuona ed echeggia nella storia, avviluppa l’intero pianeta col suo significato universale, rende insulse e inutili le tele del Modigliani, le straccia e le umilia, per quanto belle esse siano.

A suo tempo,  tra gli scrittori, uno degli autori che più mi stavano sulle scatole era Alessandro Manzoni.

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Mi disturbava da matti quel suo filosofare martellante sulla forma e sulla funzione dell’arte e della poetica, che dovevano essere per lui finalizzate a obiettivi superiori di carattere sociale ed educativo, religioso ed ultraterreno.
                                                                      
E anche quel suo insistere sulla sua visuale sacerdotale del mondo, quella ossessiva interpretazione del mondo e delle cose terrene viste sempre e solo in funzione della provvidenza divina, mi davano enorme fastidio. E me lo danno tuttora. Un prete inquadrato e fondamentalista in campo artistico?
E’ quanto di peggio uno possa attendersi.
Legato poi a quel tipo di chiesa superstiziosa e inquisitoria che esisteva e imperava ai suoi tempi.
Per carità, lasciamolo perdere.

Mille molte meglio la tristezza romantica, lugubre e funeraria di un Ugo Foscolo, o la corrosiva e ridanciana ironia di un Cecco Angiolieri.
Molto più gradita la vena artistica di un Modigliani che, annebbiato dai fumi dell’alcol, vedeva le donne col collo più lungo delle oche.

L’arte che piace è quella che deforma e travisa la realtà, non certo quella che la riproduce o la copia. Modigliani finì malissimo, alcolizzato e drogato a 26 anni. E le sue opere andarono a ruba.
Sono i maledetti e gli scapestrati a far ridere di più, sia nell’arte che nella vita.
Sono i gaudenti, gli alterati, gli autolesionisti disposti ad auto-distruggersi, e persino i perdenti e gli sfigati, quelli che creano audience e divertimento.

Eppure, uno dei romanzi storici che si continuano a leggere più volentieri, e a buona ragione, rimane
 I Promessi Sposi del Manzoni.
Eppure il Manzoni, con tutte quelle sue disgrazie familiari, quel suo perfezionismo artistico, e quel suo rigore morale, rappresenta un modello tutt’altro che da scartare, carico com’è di significato e di attualità.
Il suo mondo risentiva di un passato non dimenticato, fatto di peste e lazzaretti, di invasioni barbariche e di Lanzichenecchi.
I corsi e ricorsi storici non sono però una invenzione. Esistono eccome.

Non viviamo forse oggi attorniati dalla peste, non quella dell’Aids inventata e beffardamente riproposta in continuazione, ma quella vera delle droghe e del fumo e dell’alcol che insidiano e massacrano la parte più importante e significativa della popolazione, ovvero i giovani che ci dovranno rimpiazzare?
Non viviamo forse attorniati dai Lanzichenecchi americani della dietologia, partoriti dalla peggiore e dalla più marcia parte dell’America, quella dei rozzi mandriani e dei massacratori di bisonti e di bovini, che hanno imposto le loro regole e le loro macabre tabelle filo-proteiche, le loro degeneri e sinistre ideologie macellatorie al mondo intero, ipnotizzando e sequestrando il buon senso e l’intelligenza a governi, istituzioni, popolazioni e individui?

Ti pare questo un momento storico adatto ad artisti e scrittori che ti rilassino e ti distraggano, che ti illudano e ti facciano evadere dalla realtà?
O di altri che ti impressionino con superstizioni ed esorcismi, con fantasie, con fughe avanti o all’indietro, fatte apposta per deresponsabilizzare e sollevare la gente dai suoi compiti e dalle sue funzioni, per alienare la gente e sottrarla dai suoi obblighi morali e materiali?
Il mondo occidentale si sta disgregando e rotolando verso la disfatta storica, privo com’è di valori e di conduzione, di buoni esempi e di maestri.
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Per restare al potere, per non essere malamente rovesciata e malmenata, una civiltà che ha radici millenarie deve trovare motivazioni formidabili, deve possedere un surplus di  equilibrio e di saggezza, deve proporre nuove fonti di illuminazione, e deve dare soprattutto il buon esempio.
Il materialismo e il consumismo spinti all’estremo, la rincorsa verso il denaro e il successo ad ogni costo, le seduzioni della moda griffata e della formula uno, delle imprese eclatanti e sbalorditive, non ci salvano dalla catastrofe ambientale ed ecologica, dal disordine morale e materiale in cui viviamo.
Se non ci diamo una regolata, se non troviamo maggiore ispirazione dai grandi maestri  storici che fanno da pilastri di sostegno al nostro progredire, ci ritroveremo tutti col culo per terra, a leccarci le ferite, e ad essere travolti dalle orde dei cinesi neo-consumisti e prendi-tutto, fortemente motivati dalla propria fame stratosferica e dal ritardo-storico-comunista da recuperare, o dalle accozzaglie degli arabi binladiani,                                                                         
motivati dal proprio risentimento e revanscismo storico, dal  proprio odio illimitato contro l’Occidente globalizzatore e modernista.
Senza principi, senza slanci propositivi, senza maggior respiro filosofico, senza un predominio morale e spirituale, senza profondo rinnovo etico ed estetico, non si va da nessuna parte, e si rimane in balia dei predoni del deserto, oppure del neo-imperialismo con gli occhi a mandorla, ad opera dei nuovi mongoli di Gengis Khan.

2) Scorribande alcoliche

Ti sorprendi che io sia rigorosamente contro l’alcol, e dici che, a volte, qualche scorribanda alcolica ci può stare. Da come parli, sembra quasi che tu ti rivolga a un ex-bevitore, mentre io sono sempre stato come adesso.
Anche perché chi mangia frutta e verdura non ha mai sete, e non è pure mai preso dai morsi della fame maledetta che porta alla proteina.
Se proprio vuoi, le mie scorribande le ho sempre fatte, ma in ben altri settori.
Corse e vittorie in bicicletta sulle montagne che ci circondano, lunghe e possenti nuotate tra le onde, prolungate corse col pallone contro la porta avversaria, persino precarie corse sugli sci o nei campi da tennis, dove ero meno bravo.
Scorribande sportive, e magari anche sane e bucoliche scorribande sessuali, quante ne vuoi. Ma scorribande sull’alcol, o su altre sostanze, quelle no, non mi hanno mai interessato.
Ho evitato sempre anche caffè, tè, e coca-cola, per gli stessi esatti motivi.

3) Vegetariani snob e antipatici contro macellai onesti e laboriosi che conosci

Faccio finta che tu non mi abbia incluso in tale categoria. I buoni e i cattivi ci sono in tutti i gruppi.
Spero che essere snob non sia poi per te il fatto stesso di essere delicati, schizzinosi, attenti o sospettosi a cosa c’è in un certo piatto qualora ci si trovi a mangiare in un ristorante non vegetariano.
Se la pensi così, allora non capisci il significato, il contenuto, le motivazioni e le sensazioni dell’essere vegetariani.
Significa in tal caso che per te un pezzo di grasso o di carne messo per errore o comunque nascosto in una zuppa o in un minestrone, tanto per citare un esempio classico, non dovrebbe preoccupare, o tanto meno scatenare un finimondo nei vegetariani che eventualmente vengono al tuo ristorante.
Comprendo benissimo il disagio e le preoccupazioni che ti possono dare dei clienti di questo tipo.
Ma non hai il diritto di bollarli di snobismo e di antipatia per questo motivo.
Definiscili pure clienti difficili ed esigenti. Ma non andare oltre.
Se poi qualcuno è davvero snob e antipatico per altri motivi, questo non sta a me dirlo.
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Risolti questi 3 punti critici di carattere personale, passiamo ai restanti argomenti.
Sarò duro nel risponderti, ma solo perché mi aspetto molto dalle donne, come ho scritto in quel  L’altra metà del cielo che ti ho pure inviato. E tu sei una donna. Non puoi defilarti e magari solidarizzare con un determinato mondo maschile-infame-balordo solo per il fatto che ti sta ora premiando e ricompensando economicamente e ti fa sentire a tuo agio, in  una sorta di equilibrio e di vantaggioso limbo.
Tanto più che, te l’ho detto altre volte, avresti ugualmente e forse ancora più successo se il tuo ristorante fosse strettamente vegetariano.

Sofferenza animale e succulente bistecche

Pare che io, secondo te, descriva la sofferenza animale a tinte troppo dure e fosche. Quasi come a voler calcare la mano su un problema che esiste ma non è poi così catastrofico.
Rispondo dicendo che c’è una differenza sostanziale tra te e me.
Per merito della tua brillante e anche meritoria  (escludendo beninteso le carni) carriera, vai tutti i giorni dai macellai che ti trattano giustamente con tutti i riguardi, come una regina, e non potrebbe essere altrimenti.
Anche io però se permetti, pur essendo un vegetariano-snob, ti tratto come una regina.
Ti invio delle belle cartoline, ti mando qualche mio articolo, e  rispondo in dettaglio alle tue ottime e interessantissime obiezioni.
E, le rare volte che vado al ristorante, vengo volentieri da te, sicuro che farai in modo di non tradirmi e di darmi la massima soddisfazione possibile.
Restiamo però su piani diversi.
Mentre tu vivi a continuo contatto con  succulente bistecche (succulente di cosa, se non di liquidi organici e urine residue, di batteri e virus in quantità, di nauseabondi processi di putrefazione e disfacimento in corso, che sei brava con l’aiuto del freddo, del sale e delle salse, a camuffare e nascondere), io le ho bandite da casa mia fin quando comprai a mia madre il primo frigorifero che a quel tempo costava 40 mila lire, e che non vide mai delle carni al suo interno.
In effetti, le carni erano state messe al bando molti anni prima.

La mia vita a stretto contatto con la realtà animalistica

Da ragazzino amico del figlio del macellaio, avevo potuto assistere dal vivo a cosa succede dietro le quinte.
Avevo visto qualche bimbo di mucca e qualche porcellino diventare prima amici e compagni di giochi intorno al cortile, e poi finire imploranti e vocianti maciullati da una mazza e sgozzati da un coltellaccio in mezzo a un lago di sangue.
Quando a casa mi ritrovavo con una bistecca o un salame sul piatto, e ciò succedeva perché mia madre, prima di convertirsi, era come te e come la maggioranza, io fingevo di mangiare e poi gettavo il tutto al cane o al gatto sotto il tavolo.
Quando venni scoperto mi presi pure qualche ceffone.
La differenza tra te e me è che io ho vissuto, da ragazzino e oltre, costantemente a contatto visivo e uditivo con le sofferenze atroci degli animali, che ho sempre considerato creature viventi meritevoli di particolare tutela, creature dotate di sensibilità, affetti, anima, come noi e più di noi, e non accumuli di carne e grasso, di eparine e di organi utili da espiantare.
Il mini-macello del paese stava a 200 metri di distanza, ed in più c’era un allevamento di mucche prospiciente al mio orto, da dove potevo assistere  alle raccapriccianti scene giornaliere del prelevamento forzato dei due o tre animali destinati ai vari mattatoi della regione.
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Particolare impressione facevano e fanno tuttora i vitellini, pieni di forza e di vigore, che si scagliano e prendono a testate le pareti metalliche del camioncino infame, mentre le mamme depredate del loro unico affetto al mondo, li chiamano e li richiamano disperatamente. Anche dopo che il mezzo è partito con la sua preda. E il piagnisteo continua fino a notte fonda. Scene come queste non hanno eguali a livello formativo ed educativo.
Non puoi restare indifferente.
Devi per forza prendere una posizione netta. O stai da una parte o stai dall’altra. Non ci sono santi.
                                                                         
La significativa esperienza di John Robbins, figlio del re americano del gelato

Non è successo solo a me.
Io poi non avevo niente da perdere, a parte la mia autostima, a parte qualche rimprovero di troppo, e all’isolamento-discriminazione-derisione che spesso accompagna chi fa delle scelte antitetiche e qualificanti rispetto alla ottusità e al conformismo mediocre della maggioranza.
Molto più significativo e probante l’esempio di John Robbins, erede unico e plurimiliardario del re americano dei gelati.
Terminata l’università, fu chiamato a inserirsi nell’azienda, dotata di  grossi allevamenti per la trasformazione del latte e dunque anche di impianti per la macellazione.
Suo padre era un vero magnate, e lo adorava. Lo trattava non come un re, ma come un imperatore.
Ma ne vide tante e tali, di scene insopportabili e per lui apocalittiche, che si auto-escluse dall’eredità e mandò il padre e le fortune famigliari a quel paese.
Trovò poi un meritato enorme successo coi suoi libri diventati regolarmente dei best-seller, come ad esempio quel capolavoro di realismo descrittivo e di etica animalista che è  Diet for a New America.
                                                                        
Il macello è peggio di 100 inferni messi assieme

Quando nel mio biennio di carriera giornalistica presso il Messaggero Veneto ebbi modo di fare un servizio sul macello comunale di Udine, fui in grado di seguire in dettaglio gli aspetti truculenti di tutte le operazioni cui sono sottoposte le disgraziate creature che finiscono incolpevoli in quei luoghi di morte certa.
Le mucche e i manzi terrorizzati da quanto intuiscono succedere, da quanto captano con le loro sensibilissime antenne, dalle urla disumane che sentono giungere da dietro quei maledetti muri insanguinati, e dall’acre olezzo di sangue che si diffonde tutto intorno, tentano disperate fughe e sbattono contro le transenne dei recinti, col raccapriccio e lo spavento della morte dipinti negli occhi e nel cuore.
Creature tanto grosse e massicce, quanto deboli e piccole, che tremano e cercano disperato aiuto da qualcuno che non esiste, che cercano un qualche inesistente buco o varco nei muri di cinta o uno strappo nelle reti metalliche, onde fuggire da quel posto infame.
Paragonare il macello a 100 inferni messi assieme non è esagerazione, è il minimo che si può fare.
Eppure mi dici di aver calcato la mano.

La realtà sulle bistecche succose e ui profumati salumi.
Che dire di un delizioso prosciutto derivato da cosce umane?

Parli poi di succulente bistecche e di profumati salumi, a cui è difficile e ingiusto rinunciare.
Vorrei solo vederti, di fronte a tali delizie, senza i quantitativi di sale che gli versano sopra.
Trattasi ovviamente di pezzi di mesti cadaveri, degni di onoranze cimiteriali.
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Parti smembrate di creature passate all’al di là, le quali, mentre il loro corpo eterico e la loro anima sale nel più alto dei cieli (dove i bipedi mai potranno arrivare con l’andazzo spirituale e karmico che si ritrovano), subiscono l’ulteriore onta e l’estremo vilipendio del loro cadavere assalito e conteso dalle iene umane, delle loro membra insanguinate addentate dai vampiri a due gambe.
Se al posto della carne macinata di maiale, il salame fosse fatto di carne umana, avrebbe lo stesso identico sapore e profumo, magari con una aggiunta di amabile retrogusto, perché è il gioco sapiente delle spezie e del sale a colpire l’olfatto e la fantasia, non la carne in sé, da sempre disgustante, funeraria, rivoltante, cimiteriale.
E se anziché accompagnare integri i defunti al camposanto, sottraessimo loro le cosce e le mettessimo per mesi in bagno salino e in stagionatura, come fanno coi maiali a San Daniele, a Sauris e a Parma, stai pure sicura che i prosciutti umani, per quanto di massa inferiore, diverrebbero uno stuzzichino imbattibile, avvolti nei rispettivi grissini.

La straordinaria bravura degli imprenditori sandanielesi del suino

La bravura  e l’imprenditorialità degli imprenditori sandanielesi è sicuramente fuori dalla norma.
Ma sarebbe stato molto meglio se essi l’avessero impiegata per progetti più etici e costruttivi, meno vili e venali. Avrebbero guadagnato assai di più in meriti e in reputazione, ed anche probabilmente in denaro.
Non è detto, né sta scritto in alcuna bibbia, che per trovare fama nel mondo, o per fare del denaro in abbondanza, sia obbligatorio e indispensabile diventare efferati ed inesorabili sterminatori di esseri innocui e indifesi come i porcellini.
E i magnifici boschi, che circondano la ridente città collinare del Friuli occidentale, non nasconderebbero tutti quei lager puzzolenti e disgustanti improntati alla disperazione e alla morte atroce di queste creature.
Il maiale, sia ben chiaro, vale per la sua viva intelligenza, la sua incredibile pulizia e il grato profumo, per la sua amicizia e il suo sapersi affezionare a chi lo tratta bene.
Maltrattato e rinchiuso in massa nel fango e nei propri escrementi, diventa di sicuro sporco e puzzolente. Anche noi saremmo così e peggio, in quelle vigliacche e miserevoli condizioni.
Il maiale ti sa riconoscere in un baleno in mezzo a una folla di migliaia di persone.
Lo sanno bene in tutto il Medio Oriente, Israele incluso, dove al maiale vengono riservate cure e attenzioni, rispetto e amore, ancora superiori a quelle che riserviamo ai nostri cani.

La buffonata dell’ Aria di Festa.
Prova a immaginare la stessa celebrazione organizzata dai maiali.

Non mi sento affatto orgoglioso di essere friulano per San Daniele e i vini del Collio proposti in stretta associazione culinaria, e nemmeno per il latte friulano sponsorizzatore di quella splendida realtà calcistica che è l’Udinese.
Né mi attraggono o mi affascinano particolarmente le varie dive nazionali che si fanno corrompere con una miserabile busta di quattrini per accettare la nomina a mascotte  di quella grossa sagra che è  Aria di Festa.
Dimostrerebbero maggiore acume e saggezza a gestire meglio la propria immagine, a vendersi meglio, a non degradare e svilire a quel modo la loro immagine.
Gli organizzatori di tale buffonata popolare potrebbero almeno usare una denominazione meno ipocrita e inopportuna.
La sola festa che esiste da quelle parti è infatti la disumana e orribile festa che fanno alle loro vittime predestinate. Per il resto c’è ben poco di che stare allegri e spensierati.

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Vorrei vedere gli stessi sandanielesi in situazione rovesciata, con i maiali a organizzare la festa e a ingozzarsi di prosciutto umano  doc, esportato nel mondo ad uso di tutti i maiali della terra, con l’ovvio appoggio incondizionato dei premier-maiali e dei presidenti-maiali, con l’immancabile acqua santa della curia, maiala pure lei, e con le attricette-scrofe sorridenti di fronte ai fotografi e alle televisioni chiamate a celebrare il grande evento annuale.
Non a caso il popolo friulano è tra i più massacrati d’Italia per cancro, cardiopatie, diabete e altro ancora, pur essendo circondato da una enclave ambientale magnifica, da un Paradiso in Terra fatto di boschi, rogge, montagne e favolose spiagge assolate come Grado e Lignano.

L’umanità viaggia in una sorta di equilibrio dove la sofferenza, in forte aumento, accerchia e coinvolge non solo gli animali ma una gran fetta di persone

Riprendo la tua frase per intero e sottolineo quel  sorta di equilibrio, al posto di  equilibrio.
Sorta di equilibrio è molto diverso infatti dell’equilibrio. Equilibrio da solo avrebbe stonato nel contesto della tua frase.
Potevi benissimo dire più appropriatamente che l’umanità viaggia in una condizione di pazzia, di disonestà intellettuale, di insensibilità, di menefreghismo, di egoismo esistenziale, di cronica ignoranza, di spoetizzazione.
E poi, cosa c’entrano mai i macelli col fatto che c’è pure una gran fetta di persone sofferenti?
Non ci trovo alcun nesso logico, se non nel senso esattamente opposto a quello che intendi tu.
Ovvero nel senso che esiste al mondo molta sofferenza umana che è causa diretta o indiretta delle porcherie che gli uomini stanno combinando sul pianeta.
E per porcherie non intendo usare per niente il termine sessuofobico usato dai bacchettoni della chiesa.
Quelle non sono porcherie ma cose eccezionalmente meritevoli e di buon gusto, quando c’è un desiderio e una attrazione e soprattutto una volontà comune e matura, anche al di fuori di tutti gli schemi e di tutte le convenzioni.
Quelle sono cose benedette dal Creatore, indipendentemente dalle interpretazioni che fioriscono tra i suoi pretesi rappresentanti in terra.
Le porcherie cui mi riferisco consistono nel comportarsi da persone incivili, degradate, vili, che si accaniscono contro le creature più deboli e indifese del pianeta.
Tu invece parli di sofferenza umana, e quasi vuoi dire che se esiste quella, potrà ben esistere pure la sofferenza animale, per cui è giusto incrementare la dose e coinvolgere l’universo nella sofferenza, ed è giusto perseguitare miliardi di animali innocenti.
Animali che sarebbero sani e felici e privi di problemi esistenziali solo se li lasciassimo liberi di pascolare e di vivere secondo i diritti di ogni abitante bipede o quadrupede della Terra.
E che sarebbero pure sani e felici  nel mondo del non-essere, se la cattiveria umana non li avesse proditoriamente e dolosamente spinti a nascere e a diventare vittime accompagnate dalla abominevole etichetta  animali da carne.

Le attrazioni e le passioni non sono necessariamente cattive, nella misura in cui la nostras parte spirituale non viene lasciata in disparte

La sofferenza umana non è un dato fisso e fatale, può aumentare o diminuire, a seconda di come ci comportiamo come individui e come società.

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C’è di sicuro anche il fattore fortuna e sfortuna, il fattore caso e imprevedibilità.
Arriva il ciclone e ci sono dei morti.
Chi prende prende.
E’ per questo che tanti portano con sé un amuleto, o un braccialetto scaccia-sfiga.
Ma nel miliardo di tonnellate di male e di patimento che ci può essere al mondo, ci sarà forse un milione di esse dovute alla fatalità e ai giochi imperscrutabili del destino.
Tutto il resto ce lo procuriamo da noi, dandoci la zappa in continuazione sui piedi, assumendo sciagurati atteggiamenti materialistici che non si confanno alla nostra complessa e ricca struttura fisico-spirituale, scegliendo percorsi indegni e modus vivendi intrinsecamente perfidi e sleali, i quali danno una sberla alle nostre ambizioni autentiche, alle nostre pulsioni interiori, alle nostre più intime convinzioni e sentimenti.

Tutti dobbiamo morire, ma questo non è sofferenza, è un dato naturale.
E’ piuttosto il tipo di morte che può diventare atroce e tormentata, quando ci aggiungiamo le nostre scempiaggini e le nostre empietà.
O quando viviamo atterriti dagli inferi e dalle fiamme eterne prospettate dagli spaventa-anime di professione che sono certi tipi di preti.
L’essere umano è disegnato e programmato per determinati ambiziosi traguardi.
Se opta per altre strade, se si perde in deviazioni e in obiettivi decadenti, non può pretendere di acquisire equilibrio psico-fisico, di realizzarsi appieno in questo mondo.
Non può nemmeno pretendere, in tal caso, di concludere al meglio la frazione di quella corsa a tappe che è l’esistenza umana. Non può cioè prendere cura delle prospettive e delle opportunità che si presentano alla sua parte residua e più nobile, destinata ad altri lidi e a ulteriori perfezionamenti.

Hai conosciuto macellai che sono persone oneste e simpatiche, ed anche vegetariani che sono snob e fastidiosi

Non è mai esistito che una etichetta esterna riesca a cambiare un individuo, o che il solo abito faccia il monaco. Quello che dici può anche starci.
Però, nell’assieme e nei grandi numeri, è sensato pensare, ed è pure facile da verificare che, chi sta a costante contatto con la sofferenza, la violenza e la morte altrui, sviluppi una abitudine e una indifferenza verso la cattiveria, una ottusità sentimentale, una ideologia antropo-centristica  dove l’uomo si illude di essere il più nobile, di possedere un diritto innato di rendita e gratuità divina, e di potersi porre al centro del creato, per il solo fatto di essere uomo.
L’uomo nobile col diritto di sopraffare e di ammazzare impunemente, da un lato, e l’animale disgraziato e abbandonato da Dio, da vessare e tiranneggiare a suo piacimento.
L’uomo che, per il solo fatto di essere bipede, di possedere il privilegio divino della cultura, di aver sviluppato un predominio strategico-militare-schiavistico-legale sugli altri esseri più deboli, crede di aver raggiunto il punto di massimo equilibrio e di massima potenza.
Un concetto davvero abominevole che non è in sintonia con la logica e la giustizia divine, ma nemmeno con quelle umane, ammesso e non concesso che esse siano poi così diverse.
Ho parlato di donne come  dell’altra metà del cielo.
E’ un concetto cinese.
Ma, a differenza di Mao, che lo ha sfruttato a suo uso e consumo politico, io ci credo davvero.
E penso pure che esse possano oggi rappresentare qualcosa di più della metà.

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Ma, detto tra noi, vorrei che tu, donna valida e intelligente, mi spiegassi quale tipo di lente deformante hai mai adoperato per travisare le cose al punto di preferire, a quelli che tu definisci  antipatici vegetariani snob, gli  onesti, simpatici e laboriosi macellai, cioè quella parte dell’umanità, vetusta e in sfacelo morale, che rappresenta il maschilismo più arretrato e avvilente, il maschilismo più predatorio e sopraffattore espresso dall’umanità nella sua storia.

Non sei la sola ad avere degli amici macellai. Possono sicuramente essere delle bravissime persone.
Ma questo non li salva dalle mie critiche oggettive sulla loro presente attività.

Io stesso ho avuto e penso di avere tuttora degli amici, finiti, per fatalità famigliare, in quel settore traviato e infausto.
Neanche farlo apposta, alle elementari avevo come compagno di banco Franco G., figlio del macellaio del paese. Alle superiori mi ritrovai come compagno di banco Renzo F., figlio del macellaio di Casarsa della Delizia (il paese di Pasolini).
Tutti ragazzi in gamba.
Franco se n’è andato di recente. Ero all’estero. Mi è spiaciuto moltissimo, poco importa a quale categoria appartenesse. Ci intendevamo al volo, come succede tra due fratelli. Lui capiva la mia situazione, e io la sua. E penso a lui con simpatia spirituale e rammarico.

Ti cito pure un altro episodio, successo 3 anni fa sulla piazza Prampero di Tavagnacco.
Uscendo dall’edicola col giornale in mano, notai due  giovanotti  che ben conoscevo, intenti a confabulare.
Uno era Bepi C., macellaio di Branco, e da sempre amico e simpaticone (dai tempi dell’Università di Trieste, dove ci laureammo quasi contemporaneamente in economia, e dove mi confessava che gli servivano 5 bicchierini di grappa ad ogni esame, per affrontare quei satrapi di docenti che avevamo).
L’altro era Luigi G., pure personaggio gioviale e gentilissimo, amico d’infanzia, e coinvolto nel mondo del calcio dilettantistico cui pure appartenevo da ragazzo.
Siccome non si erano accorti di me, in quanto erano di spalle, li sorpresi e quasi li spaventai con un abbraccio congiunto all’altezza del collo.
Finalmente che mi trovo, belli e assieme in un solo colpo, onorato ed eccitato come non mai, i miei amici magnati della bistecca! Non sarà questa la volta buona per chieder loro di smetterla di accoppare? 
Mi guardarono negli occhi dall’incredulo al divertito.
Bepi mi restituì una pacca sulle spalle, e mi chiese come stavo. Ci stringemmo forte la mano. Poi mi disse serio un  Valdino, no tu às mìcul duc i tuàrs  (Non hai mica tutti i torti), carico di significato.
Dr Vaccaro, Lei è sempre in vena di ottimo umorismo, aggiunse a rima Luigi, in lingua nazionale diretta, in linea col suo solito e distinto stile cittadino.
Non sapevo poi che Bepi stesse male.
Né portava segni visibili del suo male.
Fatto sta che se ne andò due mesi dopo, con grande mio dispiacere.
Luigi G. invece, è vivo e vegeto, e gli auguro di continuare ad esserlo il più a lungo possibile.
Non solo per la sua rara simpatia. Non solo perché tale augurio è giusto farlo al limite anche ai mascalzoni, nella speranza che prima o poi si ravvedano.
Ma perché, come dico spesso, non è il macellaio ad uccidere gli animali, ma chi si è preso l’abitudine di nutrirsi a suon di bistecche.

                                                                         
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Mezzo chilo di carne significa 100 coltellate inflitte a un povero innocente che non conosci nemmeno

Il vero committente di morte è il cliente, la madre, il capofamiglia, colui che determina le abitudini alimentari perverse all’interno di una comunità.
Il vero boia, il vero capo del patibolo, è quello che mette la bistecca in bocca.
Il macellaio in sé è soltanto un esecutore di ordini economici che arrivano da un mercato degenere fatto di gente degenere.
Di gente che sa benissimo del male e della sofferenza che ci devono per forza essere dietro quei cibi maledetti che grondano sangue, ma che se ne lava le mani, e magari pensa di non c’entrare nel losco traffico (Tanto la carne c’è già perché qualcun altro ha ammazzato e ha riempito le celle frigorifere).
Questo non è altro che un illusorio auto-assolversi, un irresponsabile tentativo di tirarsi fuori dal gioco.
La gente deve capire che ogni sua sosta al banco della macelleria, ogni mezzo chilo di carne acquistata, significa infliggere 100 coltellate a degli animali che nemmeno conosce, ma che esistono, respirano, pensano, hanno nome e cognome e personalità, anche se nessuno gli ha dato un certificato d’identità e di cittadinanza.

Oggi finalmente viviamo in una società evoluta e civilizzata

Sono passati i tempi di Pitagora, e anche quelli di Leonardo.
Il primo, se notava per strada il macellaio o l’allevatore di bestiame, cambiava semplicemente rotta e li evitava.
Il secondo, tra una invenzione e l’altra, tra il disegno di un mezzo mai visto che chiamava biciclo e il tinteggiare distrattamente il quadro della Monna Lisa, trovava l’ispirazione per dire che  Verrà giorno in cui l’uccisione di ogni singolo animale apparirà come un orrendo crimine.
Fino all’anno mille, era davvero considerato un crimine ammazzare un bovino o un cavallo.
Non solo in India, dove il divieto permane tuttora, ma anche in tutti i paesi dell’area mediterranea, Italia inclusa.
La pena di morte o l’esilio perpetuo venivano comminati fino agli ultimi anni del Medioevo a chi maltrattava questi animali.
Oggi ci siamo evoluti.
Nessuno ti manda in galera se sgozzi un bue o decapiti un cavallo.
Nessuno ti evita per strada.
Ti danno piuttosto premi e riconoscimenti, o persino titoli di cavaliere del lavoro.
Il mestiere del macellaio è diventata attività accettabile e legale, e spesso ben remunerata.
Le cassette della posta sono costantemente intasate di pubblicità dei vari supermarket, con prime pagine e intere facciate dedicate in netta prevalenza a carne e pesce e insaccati.
Le rubriche gastronomiche televisive, stile Gusto, presentano a ripetizione piatti  deliziosi e succulenti,
tipo carpaccio al tonno, sardine al salame, pollo al mango e alle acciughe, dove si cerca di mettere finalmente assieme le qualità organolettiche della carne con quelle del pesce, il massimo della golosità umana.
Finalmente viviamo in una società moderna e civile, proteinizzata al punto giusto, caricata di B12 e di Omega3 di origine nobile, cioè animale, poco importa se il cancro al fegato e all’esofago colpiscono a ruota libera e se, per sentirsi all’altezza, i maschi supernutriti partono lancia in resta con preservativi a effetto ritardante e false aspirine di nome Viagra.

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L’equilibrio non deriva da ciò che mangio, ma da ciò che provo.
Cerco infatti di usare pensieri amorevoli verso gli altri.

Rispondo dicendoti che il cibo non si può giudicare solo dal sapore, o dal valore calorico e nutritivo, ma anche e soprattutto dal suo significato intrinseco, dalla sua provenienza, dal suo percorso precedente.
Arriva da una pianta o da un albero, o arriva invece dal macello?
Questa è la prima domanda che è giusto porsi.
Il dire poi che l’equilibrio non deriva da ciò che mangi, è una piccola eresia, è sottovalutare pesantemente il ruolo e l’importanza di una sostanza che entra nel tuo corpo va in contatto con tutte le tue parti interne, e permea di sé liquidi, tessuti, umori e organi del tuo organismo, e caratterizza persino il tuo profumo, la tua aura, la tua personalità.
Il carburante che usiamo per il nostro motore ha effetti fondamentali.
La stimolazione scellerata, da carne e pesce, ha il preciso nome di leucocitosi, autentico processo stimolativo-drogante che il nostro corpo fruttariano è costretto suo malgrado a subire controvoglia.

Ognuno di noi è portato verso alcune cose.
Io non potrei vivere così. Diventerei triste e perderei la mia vivacità.

Qualche anno fa, mi sorprendesti nel dirmi che avevi letto un testo molto profondo di un certo Peter D’Adamo.
Ne ho parlato ampiamente in questi ultimi tempi. E’ uno degli autori più bersagliati e stroncati da tutta la comunità medica del suo paese.
E’ in concorrenza diretta col chimico Barry Sears, quello che venne persino a Udine a esaltare le sue castronate dietologiche sulla Zona, per il Tapiro d’Oro della medicina.
Scherzi a parte, avevo tutti i buoni motivi per dissuaderti e disilluderti su questi autentici elementi da sbarco che sono i dietologi alla moda.
Per D’Adamo, non esistono infatti cibi buoni e cattivi, acidificanti o alcalinizzanti, ossidanti o antiossidanti. Tutto va bene e tutto fa brodo. Basta seguire le proprie tendenze e il proprio gruppo sanguigno, integrando alla fine con olio di fegato di merluzzo e una bella sventagliata di vitamine (sintetiche) e di minerali (inorganici).
Smentiti e bocciati in casa loro dalla scienza medica, sono pure stati clamorosamente stroncati dai fatti, ovvero dai tanti disgraziati che hanno avuto la temerarietà e la pessima idea di mettersi nelle loro mani.
Ma evidentemente, ti è rimasto qualcosa di dadamitico addosso.

Il cibo elettivo, il cibo umano per eccellenza, che ti piaccia o no, è la frutta

Siamo tutti portati basilarmente verso il nostro cibo elettivo, che è la frutta.
Non per un dogma inventato da me o da qualche altro vegetariano snob. Ma perché abbiamo tutti un corpo fruttariano. Anche tu cara Giuliana. Mettitelo bene nella testolina.
Se non sei d’accordo finisce che vai a nuotare controcorrente su una roggia, spendendo venti bracciate e andando all’indietro per dieci metri. Perché non nuoterai contro gli snob, ma contro tutta la scienza umana del mondo, contro l’anatomia, la fisiologia, la biologia, l’antropologia, la matematica, e tutto il resto.
D’accordo che esiste pure il   de gustibus, ma esso vale per le cose dettagliate e non certo per i principi generali.
Se senti attrazione più per le ciliegie che per le fragole, ti dirò che può andare.
Se mi vieni però a dire che a qualcuno fa bene il caffè e la sigaretta e a qualcun’altro no, non ti seguo più.
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E, se mi dici che la frutta ti intristisce, mentre la carne ti vivacizza e ti dona allegria, mi permetto di correggerti.
La frutta ti intristisce solo se non la sai mangiare nel modo giusto, come si fa in genere nei ristoranti (spero non nel tuo), nei quali si porta la fetta di melone o d’anguria, o anche l’uva non all’inizio come dovrebbe essere (anche perché se uno parte con la frutta poi finisce che mangia poco tutto il resto), ma alla fine dei pasti (quasi a voler assurdamente mandare giù le porcherie o le delizie appena deglutite mediante i succhi della frutta stessa), rovinando e alcolizzando ulteriormente l’intestino dei malcapitati tramite putrefazioni e fermentazioni accavallate.

La carne non ti vivacizza come credi, ma ti droga e ti dopa, a scapito della salute vera e di lungo periodo

La carne poi ti vivacizza solo perché è autentica droga nel tuo bravo e bel corpicino di donna fruttariana.
Il processo di moltiplicazione leucocitica scatta infatti solo dopo un pasto nefasto, dopo un oltraggio all’organismo, dopo un insulto gastronomico a base di proteine animali concentrate, cotte e sovraccariche di presenza microbico-virale, e a base di grassi che con la cottura si sono trasformati in quelle acreoline che sono autentica maledizione per il fegato (come insegnano gli esperimenti di Kautchakoff).
Inoltre esso dipende pure da abitudini inveterate e da condizioni gastro-intestinali compromesse mediante precedenti errori commessi a ripetizione.
Mettersi in linea e in armonia col corpo, cioè consumando frutta (incluso frutta non dolce tipo pomodori, peperoni, zucchine, cetrioli, melanzane, e così via), vegetali a foglia, fiori eduli, germogli, radici e rizomi, noci e cereali di tutti i tipi, richiede infatti una fase iniziale di riadattamento e di purificazione, come ben sanno i medici igienisti, che consigliano qualche fase di digiuno terapeutico prima di partire all’arrembaggio del fortino vegetariano.
Non si passa, dall’oggi al domani, da un’alimentazione a base di affettati (cioè animali macinati, imbudellati, e tagliati a fette)  di prosciutti e bistecche, a quella basata su favolosi e profumati doni che la natura ci offre a piene mani.
L’ obiezione che tu poni è importante e vera. La frutta ti intristisce, non ti dà la carica.
Mi diceva pressappoco la stessa cosa anni fa mia madre, prima di ravvedersi.
O vorès mangjà  pùi pòme come che tu mi dìses, ma no mi scjalde (Vorrei seguirti alla lettera e mangiare più frutta come mi dici, ma la frutta non mi scalda).
A quel tempo non ero nemmeno a conoscenza degli esperimenti di Kautchakoff, della leucocitosi, del cuore che batte più forte e del calore che va alla testa, ossia degli effetti droganti della carne.
Anche perché io non la mangiavo affatto e non potevo sperimentare tale effetto degenerativo.
E così non le seppi dare la giusta risposta, ovvero che non è col cibo che ci si deve scaldare, ma col sole o con una maglia in più. Il cibo deve solo mantenere l’equilibrio calorico, non certo scatenarti una leucocitosi fatta di cuore che strabatte e di calorie che surriscaldano.
Il medesimo problema ce l’ha un mio amico pordenonese con sua mamma, vittima da anni del diabete, eppure attaccata fissa allo spezzatino e al brodo quotidiano di carne o di gallina.
Non c’è modo di tirarglieli via. Teme che senza di essi morirebbe all’istante.

La mia piattaforma culturale ed educativa è basata essenzialmente sull’aspetto salutistico e su quello etico

Ti faccio solo una richiesta.

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Quando ti mando qualche altro articolo tieni presente che la mia impostazione verte essenzialmente su due principi generali che sono:
A) La salutistica  (porto dati scientifici sulle conseguenze disastrose dei cibi di origine animale sul fisico
     fruttariano di ogni essere umano vivente)
B) L’etica (porto considerazioni filosofiche, estetiche, spirituali sulla crudeltà insite di certe sostanze usate
     abusivamente e impropriamente, cioè contro le leggi della natura, come vivande)
Ed è su questi precisi argomenti che mi devi rispondere.
Non certo sulle sensazioni improvvise e a caldo che provi quando uno critica un sistema che è oggettivamente farabutto e insopportabile, e nel quale chi più chi meno si ritrova suo malgrado coinvolto e corresponsabile.
Dire che il mondo va così perché deve andare così, o dire che è giusta la decapitazione degli animali, e che deve continuare come prima e più di prima, è solo una reazione irrazionale.
Come quella di uno che ha appena ricevuto un pugno allo stomaco.

Solo il Direttore Generale d’Orchestra può giudicare le singole persone.
Anche i macellai hanno bambini innocenti da educare e da far crescere.
                                                                        
Non mi permetto di giudicare i macellai.
Se tu avessi letto i miei libri attentamente, avresti notato che non ho mai augurato ad allevatori e macellai una rovina economica.
Una scomparsa di tali inique aziende e un avvio di attività sostitutive, anche sovvenzionate dagli stati, questo sì.
Il mio messaggio igienistico e salutistico è indirizzato pure verso i macellai.
Hanno pure essi bambini innocenti da far crescere, meritevoli di comportarsi e di nutrirsi in piena salute.
Se la carne fa male all’uomo, fa male pure al macellaio e ai suoi discendenti
Le persone umane singole hanno tutte un loro destino e un loro curriculum karmico entro il quale muoversi.
Solo il Direttore Generale d’orchestra può permettersi di esprimere dei giudizi e di comminare eventuali sanzioni.
Certe azioni, certe attività, certe professioni, certi comportamenti, sono oggettivamente vili e degradanti, non per il fatto che lo sostengo io, ma perché si pongono semplicemente in antitesi e in contraddizione con leggi e principi universalmente chiari e verificabili.
L’assassinio è tale non perché qualcuno ti chiama assassino, ma per il semplice  e automatico fatto che hai commesso un crimine.

Grazie per aver scaraventato i vegetariani snob nel girone infernale dei fastidiosi

Che tu Giuliana sia una persona gentile e generosa, che cerca di avere pensieri amorevoli verso gli altri, non ho dubbio alcuno. Lo dico a ragione veduta, visto che ti conosco da anni.
Resta il problema che hai un concetto limitativo del tuo prossimo.
Gli altri, per te, sono gli umani, il cane e il gatto, forse il canarino, mentre tutto quello che resta non conta niente, ovvero è tutto terreno di sopraffazione, di conquista e di  libera caccia.
Nella tua discriminazione hai salvato con le tue attenzioni e le tue tenerezze persino i macellai, collocandoli dantescamente nel paradiso degli onesti, dei laboriosi e dei simpatici, e probabilmente non hai trovato di meglio che piazzarci al quinto posto, cioè dopo canarini, cani e gatti.

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In altri termini, ti sei tolta uno sfizio che ti solleticava da tempo, quello di scaraventare i vegetariani snob come me nel girone infernale delle persone fastidiose, moleste, snob e scansafatiche.
Ma, se non lo facevi, sarebbe stato molto peggio, e non ti avrei potuto nemmeno rispondere.
Ed è per questo che ti dico un sincero grazie.

Con immutata simpatia ed affetto.

Valdo Vaccaro

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