Ci vuole ben altro, a est come ad ovest

{jcomments on}19 Febbraio 2009

La competizione e la spinta a fare meglio sono importanti nell’arte pittorica come nella vita

In ogni attività umana, in ogni specializzazione, in ogni sport, in ogni arte, persino in ogni stato d’animo e ogni caratteristica fisica e spirituale, esiste la competizione tra gli uomini ed anche la gara contro noi stessi, la spinta a fare meglio e a dare di più.
Se così non fosse, l’arte grafica e pittorica sarebbe rimasta al livello dell’uomo delle caverne, con quattro scalfiture essenziali sulla roccia in grado di far capire che l’immagine segnata rappresenta un certo tipo di animale quadrupede.
Se così non fosse, l’immagine della donna sarebbe racchiusa nelle caricature sintetiche ed irriverenti che nelle latrine maschili di tutto il pianeta, Italia in testa, imbrattano i muri con pochi segni che pretendono di raffigurare la bellezza intima femminile.

Invece, grazie alla competizione ed alla selezione, grazie ai musei e alle gallerie d’arte, la gente fa la fila pur di poter ammirare i capolavori di Giotto e Raffaello, di Gaugin e Renoir, di Monet e Modigliani.

Lo stesso accade con gli scritti e con la religiosità

Anche nella parola e negli scritti, la gente è portata a cercare costantemente il meglio del meglio.
Non si spiegherebbe altrimenti l’universale interesse per Dante Alighieri, e lo scarso interesse per, detto a caso, Torquato Tasso.
In fatto di bontà e religiosità verso il creato, difficilmente troviamo qualcuno in grado di battere San Francesco d’Assisi, che arriva ad apprezzare la vita fino al punto di chiamare Sorella il polo opposto ed esageratamente paventato della vita che è la morte.

Le opere d’arte che convivono coi macelli e coi mercanti di cadaveri

Noi italiani siamo sicuramente di bocca buona in fatto di sensibilità artistica.
Ci siamo abbruttiti ed imbastarditi quanto basta negli ultimi cento anni, al punto di guardare al nostro Cinquecento non come ad una situazione appena trascorsa e vissuta dietro l’angolo, ma come a qualcosa di strano ed incredibile, di irripetibile ed irraggiungibile, di alieno ed extraterrestre.
E così, a pochi metri dai musei e dai capolavori, coesistono e convivono i macelli ridondanti di brandelli di maiale e di trippe bovine, le pescherie cariche di anime marine rubate al loro elemento acqueo, i mercati di distribuzione dei cadaveri, ovvero delle mummie fresche e delle mummie salate ed imbalsamate.

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Il piglio artistico è miracolosamente rimasto nei cantautori

Ma il piglio artistico ci è, nonostante tutto, miracolosamente rimasto.
E’ rimasto in Lucio Battisti che, isolato nella sua oasi campagnola, lontano dalle luci e dai fragori della ribalta, è riuscito a concepire dei pezzi ecologici e bucolici di grande respiro, come Acqua Azzurra ed Acqua Chiara, quando già le acque italiane erano irrimediabilmente intrise di atrazina, diossina e sangue marcio.
È rimasto con Luigi Tenco che si innamorava banalmente della sua donna perché non aveva altro di meglio da fare, e poi ne diventava schiavo andando a cercarla di giorno e di notte.
E’ rimasto nella vena di Fabrizio De André, che perdeva i giorni a rincorrere il vento, a chiedere un bacio e a volerne altri cento, o che si trasformava in un Re Carlo tornato dalla guerra, indignato per l’aumento di prezzo praticato dalle Bocca di Rosa, che non si accontentavano più delle solite Tremilalire.
È rimasto, a livello di ironia sopraffina, col grandissimo Giorgio Gaber, che dalle dolcezze di Genevieve e di Non Arrossire, giungeva all’arte politica di Ma cos’è la destra e trovava poi nel flacone dello shampoo la soluzione a tutti i suoi problemi di moderno e dissacrante cittadino milanese il quale, piuttosto di avere a che fare con i tribunali, era disposto a farsi sodomizzare.

In fatto di culo e di tette non ci batte poi nessuno

In fatto di culo e di tette, non ci batte poi nessuno.
Mandate pure in giro Diogene con la lampada accesa a cercare uno che si avvicini a Tinto Brass.
Non lo trova nemmeno se va a cercarselo in Patagonia.
In fatto di sessualità, abbiamo perso molto smalto da quando le campagne sull’Aids da un lato e i branchi di imbecilli, di drogati, e di criminali stupratori, stanno trasformando il mondo in una palestra di spoetizzazione, di schifo e di violenza.

Una ventina di autoarticolati carichi di farmaci, per pagare Helg Sgarbi

Ci ha pensato Helg Sgarbi a rinverdire gli antichi fasti stile Cagliostro, Casanova e Rodolfo Valentino.
Nel suo carniere sono finite Susanna Kletten, padrona della BMW e di una grossa fetta delle industrie farmaceutiche tedesche, la quale gli sganciava la modica cifra di un miliardo di lire a notte, moltiplicata per quindici volte, nonché una decina di sue amiche tirchie, che gli davano soltanto cinquanta milioni a colpo. Pensa un po’ quante aspirine e quanti antipiretici dovrà ingoiare la popolazione mondiale per sovvenzionare le scopatine della bella Susanna.
Se Sgarbi fosse stato pagato in natura ci sarebbero voluti una ventina di autoarticolati, colmi di pillole, di flaconi e dei viagra che essa imponeva al suo maschiaccio latino.

Noi italiani apparteniamo ad un’altra razza, e veniamo sonoramente battuti in crudeltà dai cinesi

Noi italiani apparteniamo davvero ad un’altra razza.
Eppure, in certi settori, come quello della crudeltà, perdiamo di brutto contro l’Oriente.
È indubbio che siamo assai diversi dai cinesi, soprattutto da un certo tipo di cinesi, dato che la Cina non è un paese ma un pianeta.
L’amico vegano LB, primario editore online, mi ha mandato un filmato sulla preparazione gastronomica del serpente in Cina, contenente delle scene che lo hanno letteralmente sconvolto.

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Descrizione il più possibile dettagliata del filmato

C’è una mano che tiene la testa di un serpentello, dagli occhi spaventati, ignari di cosa gli sta per accadere. Poi un coltellaccio che gli mozza semplicemente la testa. In un minuto, un taglio verticale da capo a coda, una estrazione sommaria della parte intestinale con un dito, la suddivisione del rettile in una decina di pezzi uguali, la disposizione sul piatto e un contorno di patate e di verdure prontamente sovrapposto.
E il piatto è pronto direbbero i cuochi della nostra trasmissione Gusto.  
Con un dettaglio in più. Siccome il serpente è fatto di muscoli e di una forza nervina distribuita equamente su tutta la sua oblunga struttura, i dieci pezzetti di rettile disposti sul piatto, continuano ad agitarsi anche dopo qualche ora, per cui chi mangia, mangia qualcosa di vivo, qualcosa che si muove ancora.
Il filmato mostra anche altre forme di orrenda esecuzione animale ai danni di poveri malcapitati pesci. Serviti nel piatto nelle stesse condizioni, con il ventre tagliato, testa e occhi al loro posto ad osservare attoniti la scena del proprio carnefice che li spezzetta e li porta alla bocca mentre le altre parti del pesce continuano a muoversi sul piatto.
Chiamiamola pure una forma di crudismo igienistico, o meglio di crudeltà igienistica spinta all’estremo.
Un vero campionato mondiale del voltastomaco, della cattiveria e del cinismo.
Comprendo perfettamente l’orrore ed anche il disprezzo che si può provare per questo tipo di gente la quale dimostra, nell’anno 2009 d.C. di essere con l’animo, con la sensibilità, con la coscienza, indietro non di 20 secoli ma di  200 millenni.
Altro che cinquemila anni di civiltà cinese alle spalle. Altro che Confucio e guerrieri di terracotta.
Quelle scene hanno schifato pure me, anche se non mi hanno sorpreso del tutto.
C’è poco da fare. Alla cafoneria contro i più deboli non ci si abitua mai.

I gamberetti di mare immersi e ubriacati nel cognac bollente

Mi trovavo trent’anni fa in quel di Singapore a cena, in Hotel internazionale cinque stelle come l’Hyatt, con un’ imprenditrice italiana, un cliente locale e due famosi campioni del calcio singaporiano.
Ordinai il mio solito piatto di frutta, seguito da riso fritto con le verdure, mentre gli altri optarono di comune accordo per dei gamberi flambè.
Lo chef si portò al nostro tavolo tutto l’armamentario con tanto di fuoco vero, e di animaletti immersi nella teglia colma di brandy, posta sopra alla fiamma.
I miei commensali prendevano disinvoltamente queste creature servite nei rispettivi piatti, ancora saltellanti ed emettenti grida lancinanti di dolore, e se le portavano disinvoltamente in bocca come se niente fosse.
Mi dissero che era falsa sofferenza, dato che l’immersione nel cognac bollente li aveva semplicemente ubriacati.
Ricordo che non fui nemmeno in grado di finire il mio riso vegetariano.

Noi cinesi crediamo nella vita e nel movimento. Una cosa si muove? E noi la mangiamo.

Parlando il giorno dopo con un amico cinese del posto, affrontai l’argomento e chiesi dei lumi sulla crudeltà che i cinesi dimostrano verso la vita animale. Mi guardò sorridendo.
Caro Valdo, tu non hai capito una cosa del mondo orientale. A noi piace ogni cosa che si muove.
La formica? Si muove e la mangiamo. La lumaca? Si muove e la mangiamo. Lo scorpione? Si muove e lo mangiamo. Il gambero? Si muove e lo mangiamo. La biscia? Si muove e la mangiamo.
D’accordo, il riso non si muove. Per sua fortuna. Se si muovesse, il suo prezzo andrebbe alle stelle.
Lo mangeremmo non solo a pranzo e a cena, ma ce lo porteremmo in tasca come snack a tutte le ore.
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Noi abbiamo la convinzione e la fissazione che le cose vive diano vitalità. Pertanto, niente di meglio che appropriarci della vita altrui, mentre è ancora viva e pulsante.

Un raccapricciante rito satanico-sessuale di qualche anno fa (forse non del tutto scomparso)

Se non ti fa schifo, ti racconto il rito cinese di ringiovanimento, che era in uso anni addietro a vantaggio dei vecchi cinesi abbienti, quando il Viagra era di là da venire. Si prendevano delle scimmiette e si legavano come dei salami,  infilate nel foro centrale del tipico tavolo tondo cinese.
Alla malcapitata scimmietta veniva spietatamente aperto il cranio. Il sangue e il cervello ribollivano e questi mostri umani si pappavano la materia celebrale e il sangue a caldo, mentre l’animale tremava dalla paura e dal dolore.
Ai bruti vegliardi venivano servite delle tazze contenenti questo mix caldo e ribollente di liquidi organici e di materia grigia. L’effetto era assicurato. I vecchietti si mettevano a saltare e ad urlare, avendo ricevuto una sferzata drogante di vitalità. Dopodiché finivano nell’alcova delle ragazze che li stavano aspettando nelle stanze attigue, ansiose di finire velocemente quel rivoltante incarico e soprattutto di beccarsi la lauta mancia per tale raccapricciante seduta diabolico-sessuale.

Le scene degli accoppa-serpenti e dei tranciatori di pesci vivi sono all’ordine del giorno

Tornando ad oggi, basta recarsi nei supermercati modernissimi della catena Welcome di Hongkong, e la scena dei pesci presi dalle vaschette e tranciati a pezzi che si agitano poi nei sacchetti delle clienti, riappaiono esattamente come nel filmato inviatomi.
Basta camminare poi lungo le stradine di qualsiasi metropoli cinese per vedere matasse di granchi vivi, immobilizzati con del filo e ammassati l’uno sull’altro, con odori nauseanti che vanno da un marciapiede all’altro, bloccandoti lo stomaco e la mente, e che, per quanto rivoltanti siano, vengono pur consumati da qualcuno.
Non distanti da queste scene, abbondano gli accoppa-serpenti, i mangiatori di pinne di squalo ed i consumatori di zanne polverizzate di elefante e di rinoceronte.
La poesia italica e la crudeltà orientale sono due cose davvero agli estremi.
Ma anche da noi, nonostante i geni e nonostante i santi, ci sono le cose orripilanti.

I cinesi non sono perdonabili per questi orrori, ma almeno essi hanno diversi alibi storici

In Cina, dopotutto, la gente ha la scusa di essersi fatta venire la pelle dura.
La grande muraglia sta a significare che i loro mongoli e i loro lanzichenecchi erano ancora peggiori dei nostri.
Tagliavano teste e violentavano senza remissione.
I cinesi hanno l’alibi di Gengis Khan (1155-1227) e di Tamerlano (1336-1405), degli invasori giapponesi e di una ubriacatura maoista da cui non si sono ancora ripresi del tutto.
Ancora oggi il governo cinese condanna a morte della gente per dei reati che da noi sarebbero puniti con 200 euro di contravvenzione.

Ma noi italiani non abbiamo scuse da accampare

Ma noi, nella nostra cara e bella Italia, dove al posto della muraglia abbiamo le Alpi, al posto delle città con i granchi imprigionati abbiamo le città d’arte, di scuse ne abbiamo ben poche.

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Teniamo in piedi un esercito di mezzo milione di cacciatori, legali e di frodo, che impallinano spietatamente uccellini multicolori, colpevoli di cinguettare troppo bene, lepri e caprioli vivissimi, colpevoli di correre troppo veloci, cinghiali e fagiani, colpevoli di essere troppo sani ed in forma.
E, sempre in questa nostra bella Italia, terra di Cesare Beccaria (1738-1794), di San Francesco d’Assisi e di Leonardo, contendiamo il record europeo di penitenziari e di scuoiatori bovini ad altri emeriti paesi-boia che si chiamano Irlanda, Olanda, Francia, Germania e Spagna.

Ci vuole ben altro, sia a Oriente che in Occidente

Tutti noi anni luce distanti dai selvaggi indiani d’America, da quel Chief Seattle che nel firmare il contratto di resa e di cessione coatta delle terre indiane ai conquistatori del Nord California, poneva queste condizioni:  
Io firmo, ma a condizione che voi trattiate gli animali di queste terre come fossero vostri fratelli, perché qualunque cosa accade agli animali, accadrà anche agli uomini, essendo uomini e animali frutti dello stesso dio, parte della stessa anima e dello stesso fato.
Come dire, non bastano un paio di calzoni, una camicia e una cravatta.
Non bastano una patente di guida in tasca, un’auto sportiva con la musica accesa, un bel conto in banca e un computer che ci aspetta a casa, per poterci definire esseri civili, sviluppati ed emancipati.
Ci vuole ben altro.
Ben altro.

Valdo Vaccaro – Direzione Tecnica AVA-Roma (Associazione Vegetariana Animalista)
                         – Direzione Tecnica ABIN-Bergamo (Associazione Bergamasca Igiene Naturale)

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